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Paola Moglia - reviews - IL VISIBILE DELL'INVISIBILE

IL VISIBILE DELL'INVISIBILE
Nihil amori Christi praeponere
(nulla si antepone all’amore di Cristo)

IL VISIBILE DELL'INVISIBILE
Nihil amori Christi praeponere
(nulla si antepone all’amore di Cristo)

IL VISIBILE DELL'INVISIBILE
Nihil amori Christi praeponere
(nulla si antepone all’amore di Cristo)

foto della mostra

Opere d’arte religiosa di PAOLA MOGLIA e GRAZIANO BERTOLDI
19 marzo / 8 maggio 2016

LETTERA A DIO

Sento un forte desiderio di rivolgermi a Te, pur essendo al di là del tempo stesso come una unicità inscindibile. Noi due soli, come l’arpa e il flauto che hanno ciascuno le capacità espressive melodiche proprie, ma la sonata emerge dall’insieme degli strumenti. La bellezza è il dialogo, non pezzi melodici isolati di ciascuno strumento. Insieme, uniti.
Sono guidata da questa terra, sono attenta all’essere umano, sono talora presa da paura, e l’orizzonte sembra farsi cielo per sciogliersi nell’infinità delle stelle e penso al mio nulla.
La mia fede è quella che deriva dalla mia esperienza di testimone del dolore.
Il mio silenzio è contemplazione della luce che mi riempie il cuore di Te, la voglia di esprimermi, liberare il desiderio, Tu ci sei sempre, lo so, tutto è pieno di fascino.
Non mi vergogno a dirvi che il volto di Dio mi attira, poiché il tempo lo ha segnato nella nostra storia.
Al sacro appartengono molti temi, la morte. Sacra poi è la Vita, la sua origine, ma anche la nascita di un fiore, la religione è la risposta al bisogno del sacro. Sono davanti alla luce, è ora di alzarsi, il risveglio è anche lo specchio del nostro vivere quotidiano. Sono un’entusiasta di quanti amano vivere riportando la necessità alla sopravvivenza. Io credo che la forza del legame con Dio sia una dichiarazione continua e un trascorrere infinito di intimità unita allo spirito che ogni individuo possiede, bisogna far sentire che la propria presenza è un valore e che il significato dell’esistenza del Divino non può promuovere il degrado. È un legame forte, l’unicità ha valore.
Il tempo dei sentimenti non può essere misurato e allora quell’attesa si fa infinita, e Dio, non arriva, e pensi male, non riesci a immaginarti che stia pensando a te, ti abbraccia, ti è dentro. Le speranze del silenzio, l’attesa dentro la speranza. Si vorrebbe subito la soluzione ma anche la speranza disegna un futuro a volte difficile dove tutto sembra impossibile, di ciò che non c’è e non ci appare, è buio e il silenzio si fa mistero. Il silenzio dei sogni.
Sono lieta di una nostra storia. Nulla va perduto, la imprimo nella mia memoria e la lettera più bella, la storia che conta è semplicemente il gioiello prezioso. È bello stare insieme a te, sono fredda, ho le punte dei piedi gelide, e nel silenzio e al buio tessere un dialogo. Tutto si riveste dei proprie pensieri e desideri e allora succede qualcosa. Quanto è forte il nostro legame.
L’amore è sempre totale, ci incontriamo, prego in silenzio, è bello avere un Dio al quale rivolgersi e se non l’avete rivolgetevi lo stesso al Dio che non c’è, è stupendo anche solo cercare.
Prego, prego sempre con Te, e se a volte dimentico certe parole, invento, che bella la notte di preghiera.
Ora lo sai mi piace scriverti una lettera, voglio ricordarti, sussurrando, che è tempo di gioire, siamo tutt’uno.
Che bello vedere la luce che si è creata intorno a noi.
Che bello gioire di una nascita, è arrivata una nuova vita che in questo mondo, forse, lo migliorerà.
Che bello vedere nascere un fiore nel cemento, mi dà speranza che un giorno possa tutto cambiare.
Che belle le mie lacrime di gioia. Il mio silenzio
!

Paola Moglia

Ciao Paola, ho letto la tua lettera... “tua”, perché prima di scriverla a Dio la scrivi per te stessa, brava perché hai avuto la ‘forza’ di spedirtela... Tanti interrogativi in cui dai risposte, mai scontate e banali. Brava. Custodiscila con cura. Bella la riflessione sul dolore. Ma cos’è il dolore se non l’ac- corgersi che non ci conosciamo... “Uno scrittore parla sempre di se, se è bravo parla anche di te” Pavese, è l’emo- zione che mi ha dato il tuo racconto. Grazie, un abbraccio.

Claudio Ardigò

MONDO PADANO 25 marzo 2016
La mostra in via Massaia la Sindone vista da Bertoldi e la Resurrezione interpretata da Moglia
Figurativo ed astratto a confronto nella ricerca del vero volto di Cristo
di Tiziana Cordani

MONDO PADANO 25 marzo 2016
La mostra in via Massaia la Sindone vista da Bertoldi e la Resurrezione interpretata da Moglia
Figurativo ed astratto a confronto nella ricerca del vero volto di Cristo
di Tiziana Cordani

A COLLOQUIO CON DIO
Tiziana Cordani
Critico d’arte

Uno dei quesiti fondamentali che, soddisfatti i bisogni primari, l’uomo si è posto è l’esistenza di Dio: c’è? Dov’è? Com’è? Chi è? ed è anche una delle questioni irrisolte che scorrono, a tratti, nelle pieghe di ogni esistenza.
Ci sono dubbi e provvide certezze, ci sono ripensamenti che accompagnano il tempo del vivere.
Eppure l’idea di Dio, diversa nelle sue formulazioni ma sempre e comunque così simile ovunque venga formulata, accompagna l’uomo dalla notte dei tempi, sì proprio la notte con i suoi terrori o l’alba primordiale con i suoi stupori, perché è comunque una risposta, anzi la risposta all’ignoto. Certamente gli esseri umani l’hanno manipolata, ridotta ed adattata alle loro esigenze, di sapere, di potere, di prevaricazione, di resistenza, con Dio hanno spiegato i grandi enigmi della vita, la nascita e la morte, il destino e la libertà. Tutto questo e tanto altro ha trovato espressioni e formulazioni diverse, parole e segni, figure e suoni, quasi che ogni senso ed ogni capacità umana si sforzasse di contenere in sé tutto l’infinito che è Dio. L’arte nasce da questo, ha origine sacrale, è interpretazione e coprotagonista del dialogo col Dio che ogni uomo cerca, con l’immagine di Dio che culla nella profondità della sua anima, con la sua ansia di trovare una certezza infinita al suo essere finito e transeunte.
Oggi come ieri gli artisti si interrogano e mettono in segno, in immagine, in parola questa ricerca dell’Altro e dell’Oltre cui mira il bisogno spirituale comune ad ogni uomo, fornendo al contempo una traccia da percorrere a coloro che si accostano all’arte come riflesso ed espressione dello spirito. Graziano Bertoldi e Paola Moglia sono artisti sensibili che da sempre si interrogano sul rapporto dell’uomo con Dio, essi attraverso l’arte perseguono un cammino di apertura al Divino ed all’ignoto che apra alla coscienza ed alla mente nuove vie di comprensione e di conoscenza.
Per fare questo Moglia muove da quell’immenso, straordinario e affascinante capolavoro assoluto che è la natura, niente infatti è più perfetto di quello che Dio creò: la luce ed il buio, il mare ed il cielo ed i loro abitanti, la terra coi suoi animali e “vari fiori et herbe” e l’uomo, di tutti il più pericoloso, protervo nel credere d’essere il solo ed unico padrone di tanta perfezione, l’unico, in verità, capace di distruggerla.
Bertoldi invece si muove dall’interno, ripercorre i sentieri della liturgia, le vie delle Scritture, indaga nella storia. Si tratta di approcci diversi, tuttavia complementari, in realtà si può affermare che esiste un modo per cercare Dio diverso per ogni uomo, ognuno essendo differente da ogni altro suo simile. Talora i percorsi convergono, si orientano entro una traccia che ha momenti comuni, elementi costanti, la Pasqua di questo 2016 appena ai suoi esordi si pone nel segno giubilare della misericordia e la misericordia ha due volti: il volto di Dio e quello dell’uomo.
Ma quale volto ha Dio, se ogni uomo lo vede riflesso nella propria pupilla? E quale volto hanno gli uomini che lo portano, lo cercano, lo negano, lo uccidono? Una delle risposte, tra le infinite possibili, possiamo cercarla nell’appena trascorso 2015, l’anno della Sindone, il lenzuolo funerario che tradizione e fede attribuiscono alla sepoltura del Cristo. Il sacro lino diviene tema della ricerca spirituale che Graziano Bertoldi trasforma in segno d’arte e pur tuttavia nulla perde in forza di convinzione e spessore di studio che si rinnova. Paola Moglia lascia invece che sia soprattutto la terra a mostrarle il volto di Dio e con la terra il mare ed il cielo, così che il suo cercare abbia nel viaggio stesso il mezzo e la risposta, non disdegna tuttavia di intrattenersi con il sembiante di quell’Uomo del Mistero che ha lasciato le sue sanguinose impronte sul lino ma ne svia il lato umano facendo affiorare, nel chiarore di un bianco assoluto su un nero di morte, l’universalità della presenza.
Bianche tele offrono a Bertoldi non solo uno spazio pittorico ma uno spazio metafisico, nel quale si distende la dimensione spirituale della fede e sul quale, ad ogni incontro, Dio mostra un volto diverso e nuovo: è il Figlio ed il Padre, è il Sangue prezioso versato, è il Pane evangelico della redenzione che si sustanzia nell’offerta. Come un’ Emmaus di incontri che si rinnovellano, le sindoni bertoldiane si fanno luce nella ricca varietà dei bianchi, nella rugginosa presenza sanguigna del rosso, mentre il volto del Dio fatto uomo cambia e, mutando, pare voler rispondere all’eterno interrogativo: “E voi chi dite che io sia?”. Ad ogni incontro corrisponde nelle tele dell’artista cremonese una risposta, vera eppure parziale, quasi che, non bastando una sola veronica a contenere l’infinita verità di Dio, all’arte non fosse possibile altro che un continuo ed assiduo additare, un indirizzare, un suggerire. Certamente la forza della pittura bertoldiana è delle più suasive, il segno è netto, la vibrazione emozionale sincera, la scrittura è chiara, immediata e diretta nel suo appello vibrante agli uomini di buona volontà. Ad ogni figurazione è poi apposta una frase a mo’ di viatico, quasi si tratti non solo di una ricerca artistica e spirituale ma questa andasse anche a formare una sorta di percorso a tappe, un itinerario spirituale, come usava un tempo, di avvicinamento alla verità del Cristo, sì che si potrebbe ben parlare di una ricerca del Vero Volto attraverso il mezzo evocato di quello che è universalmente accettato e venerato dalla Chiesa come l’impronta del volto e del corpo di Gesù di Nazareth. Nei teleri dell’artista tale susseguirsi di tappe assume una cadenza forte, drammatica che il linguaggio scabro, dinamico e quasi travolgente pare sottolineare, lasciando affiorare a tratti oasi di serenità, laddove il Cristo del sorriso mostra la sua perfetta, incommensurabile misericordia.
La pittura di Paola Moglia cerca una dimensione di Dio più intima e personale: si apre al cielo, tenta la via dello spazio, lascia che l’anima diventi leggera e voli verso quell’immaginario confine che serve da orizzonte. Il bianco, il giallo solare, l’azzurro marino accolgono il grido ed indicano la strada per un percorso che conserva nella tensione cromatica il senso dell’urgenza, del bisogno di risposta. Tutto si spinge e si pacifica nella luce del bianco, ora attraverso passaggi graduali di cromie fredde, ora attraverso una esplosione cromatica che pare indirizzarsi verso l’alto in un empito che va oltre ilsegno. Volutamente aniconica, la scrittura di Moglia non frequenta più da tempo i modi della figurazione, lasciando che sia il gesto, la ricercata non finitezza della pennellata la modalità espressiva che meglio interpreta la sua sete d’Assoluto, veicolando quegli stati emozionali che più si addicono alla indeterminatezza dell’ inconoscibile e che aprono al suo intento di dialogo con l’Eterno. La materia pittorica si articola plasticamente ed il colore si spande, talora con ricercata violenza, articolandosi nel gesto pittorico, in tal modo evidenziando la tensione che anima ogni incontro tra l’uomo e uno dei mille volti di Dio, poichè non è impossibile dare un volto a Dio, quel Dio che è intus in nobis e che ha per davvero non uno ma mille volti, i volti di tutti gli uomini nell’infinito dei tempi.

MONDO PADANO 18 marzo 2016
La mostra. Due approcci diversi ma complementari al mistero pasquale
Alle radici della fede con Moglia e Bertoldi
di

mondo padano

VITA CATTOLICA 17 marzo 2016

vita cattolica, ingrandisci

 

ARTE E BELLEZZA
Don Alberto Franzini
Parroco del Duomo di Cremona

“Ricordatevi che voi siete i custodi della bellezza nel mondo”: queste le parole con cui il Concilio Vaticano II, nel giorno della sua chiusura (8 dicembre 1965), salutava il mondo degli artisti.
L’arte ha da sempre caratterizzato l’itinerario culturale e spirituale dell’uomo, fin dai suoi albori, Perché?
Il motivo sta nella particolare struttura della persona umana, che non si accontenta - non si può accontentare! - di lambire superficialmente la realtà, né tanto meno di utilizzarla come materiale da plasmare e da commercializzare, bensì cerca di interpretarla, di carpirne il senso profondo, ossia il suo mistero, e, in un certo senso, di oltrepassarla per andare sempre oltre. Papa Benedetto XVI, che ha sempre riflettuto nel suo impegno culturale e magisteriale sull’arte, in un’udienza al popolo ebbe a dire: “L’arte è capace di esprimere e rendere visibile il bisogno dell’uomo di andare oltre ciò che si vede, manifesta la sete e la ricerca dell’infinito. Anzi, è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano” (Castelgan-dolfo, 31 agosto 2011).
Sì, questo è il compito, direi ancor più, la missione dell’arte: togliere alla realtà il velo della banalità, della opacità e della insignificanza per approdare al cuore del reale, per lasciarsi quasi trafiggere dal dardo infuocato del reale che si apre sull’invisibile e sull’ineffabile.
Mi affido ancora ad una citazione di Benedetto XVI, che volle un incontro con gli artisti nella Cappella Sistina il 21 novembre 2009, a quarantacinque anni dallo storico incontro di Paolo VI con gli artisti, un incontro il cui scopo era di ricucire quell’amicizia tra la Chiesa e le arti che si era andata affievolendo: “L’esperienza del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perchè tale esperienza non allontana dalla realtà, ma al contrario porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso e bello”.
Una funzione essenziale dell’arte, già illustrata da Platone, consiste nel provocare una salutare “scossa”, che ci fa uscire da noi stessi, ci strappa dalla rassegnazione, ci ferisce quasi e ci fa soffrire, perché ci toglie dagli accomodamenti e dai compromessi del quotidiano, ci mette le ali, ci sospinge verso l’alto e ci dischiude un mondo nuovo, ci accende una luce nuova. L’arte, dunque, ci aiuta a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, il mistero stesso di Dio dentro la stoffa degli avvenimenti umani; e ci sospinge a varcare la soglia del visibile e dello sperimentabile per abbandonarci alla Bellezza che non tramonta.
L’arte dunque, nelle sue molteplici forme, è l’espressione dello schiudersi del nostro spirito alle grandi dimensioni del vivere, è l’entrare negli abissi della nostra esistenza, che sono l’esperienza dell’amore e della gioia, l’esperienza della tristezza e del dolore e l’esperienza del divino e del trascendente, che abita da sempre nel cuore di ogni essere umano, pellegrino nei sentieri del tempo, ma cercatore e destinatario dell’Eterno.
L’itinerario percorso da Paola Moglia e da Graziano Bertoldi su vie diverse, perché diversi sono gli artisti, diverse sono le forme e le sensibilità, è una tappa nell’affascinante viaggio lungo quella via pulchritudinis - la via della bellezza - che viene offerta ad ogni persona perché possa incontrare la Luce vera, quella che dà senso alla nostra umana avventura. E di questo li ringraziamo.

Paola Moglia "Crocefissione e Resurrezione" 100x70

Paola Moglia "Elevazione dello Spirito" 60x100

Paola Moglia "Ascensione" 120x70

Paola Moglia "Il Centro dello Spirito" 80x90

Paola Moglia "La Materia Prima del Cielo" 100x70

Paola Moglia "La Passione" 120x65

Paola Moglia "La Sofferenza della Terra" 100x100

Paola Moglia "La Sofferenza di Cristo" 100x70

Paola Moglia "Ritmo della Vita" 80x100